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La Valle di Canneto e la sua Chiesa nel 1574

Il Prudenzio, storico di Alvito, per quanto fino ad oggi risulta, è il primo scrittore di Val Comino a parlare della Valle di Canneto e della chiesa dedicata alla Vergine, ivi posta. Egli, descrivendo il paese di Settefrati nel cui territorio da sempre si trova il santuario, così si esprime:

"Le montagne sono finissime con acqua in grande abondantia et in esse nasce la Melfe, che all’uscir sotto un masso porta certa arena aurata, mostrando che l’acqua passi per vena di oro. Vi è una chiesa che se le dice S. Maria di Candido, ben fabricata et con buone stantie: è luoco molto atto alla solitudine per un eremita.
Se visita spesso, et devotamente da convicini, et vi sono assai sante reliquie, con un pezzetto del legno della santissima Croce, dove il nostro Redentore fu chiovato et morìo per noi".

Nella breve, ma succosa descrizione dello storico alvitano risaltano quelli che erano gli aspetti più tipici e propri della Valle di Canneto: le sorgenti del Melfa, la chiesa, il pellegrinaggio e le reliquie.

Le sorgenti

ovvero più comunemente Capodacqua. Questo angolo suggestivo, posto al lato nord-est del pianoro, era caratterizzato da due fenomeni naturali più unici che rari: lo sgorgo di un fiume ai piedi di un enorme masso e il luccichío, nelle acque limpide e gelide, di minute scagliette d’oro, chiamate in diverso modo dagli scrittori posteriori, che i pellegrini di Canneto nei momenti di relax si dilettavano ad individuare e raccogliere, cercando di conservarle nei fazzoletti. Quei
devoti le chiamavano amabilmente: “Le stellucce della Madonna”.

Il luogo, sacro fin dalla più remota antichità (sec. IV a.C.) per il culto ivi reso alla deità fluviale, identificata con Mefite, dea della salubrità dell’aria, costituiva inoltre un’oasi di fresco e di ristoro, specie nelle ore meridiane, quando il solleone dardeggia a picco, avvolgendo il pianoro in una immensa irrespirabile vampa.

Questo lembo paradisiaco della valle con tutte le sue bellezze è stato distrutto nel 1958 con le opere di captazione delle acque sorgive per l’approvvigionamento idrico di molti paesi e reso inaccessibile mediante recinzione. Da qualche anno -dulcis in fundo- è vietato sostare anche al di là del canale, dove scorre l’ultimo rigagnolo superstite di “un grande fiume” (“mégas potamòs”), come lo chiamava Strabone (sec. I a.C.).

La chiesa

Il Prudenzio la chiama in dialetto alvitano: “S. Maria di Candido”. Essa risultava “ben fabricata et con buone stantie”. In questa breve indicazione vediamo tutta l’opera realizzata alcuni decenni prima dall’infaticabile abate di Canneto d. Federico de Manlion (…1530-1533), già ampiamente illustrata nella precedente puntata.

In sintesi, egli prolungò la chiesa, aggiungendo alle tre navate preesistenti l’aula del transetto, costruì al primo piano varie stanze e davanti ai tre ingressi innalzò un portico o nartece con tre archi frontali, con volte a crociera in pietra e tre camere soprastanti.
Questo nucleo abitativo del ’500 è rimasto pressoché invariato anche nei successivi restauri ed ampliamenti della chiesa ed è chiaramente individuabile nella foto più antica del santuario, risalente a metà del sec. XIX, che ormai conosciamo.

Il nartece con i tre archi, con le volte a crociera in pietra e di conseguenza le tre camere originarie soprastanti sono stati intenzionalmente lasciati anche nella ristrutturazione generale del 1978-1983 del santuario, inglobandoli nelle nuove architetture, allo scopo di conservare una vera “reliquia” dell’antico tempio mariano.

In tal modo una parte dell’opera di d. Federico de Manlion è sopravvissuta alle impellenti esigenze delle nuove costruzioni ed è destinata con le medesime a perpetuarsi felicemente nel tempo. L’umile abate di Canneto non pensava certamente di assurgere a tanta gloria, che oggi la memoria storica giustamente gli rende.


Il pellegrinaggio

La Valle di Canneto conosce il fenomeno fin da epoca precristiana in ragione dell’esistenza presso le sorgenti del Melfa di un santuario italicoromano risalente ai secc. IV-II a.C., situato a circa 7 metri di profondità ed individuato, nelle trivellazioni del suolo, durante le opere di captazione delle acque sorgive, già accennate.

Dalla monetazione ivi rinvenuta con altro materiale votivo, databile appunto nei suddetti secoli, e dai relativi coni si deduce che a Canneto convenivano varie popolazioni italiche e latine per compiere alle fonti del fiume riti propiziatori.

Il pellegrinaggio mariano inizia storicamente nel dicembre 1288, quando nella chiesa di S. Maria di Canneto troviamo per la prima volta un collegio di chierici, addetto al servizio del tempio e all’assistenza religiosa dei devoti, che qui affluivano.

Col tempo esso crebbe nel numero dei fedeli e nei giorni delle visite, soprattutto dopo il 25 novembre 1475, quando la Santa Sede concesse l’indulgenza di 100 giorni da potersi lucrare in cinque ricorrenze liturgiche: l’Assunzione, la sua Ottava, la Natività di Maria, la Natività di S. Giovanni Battista e la Dedicazione della chiesa.

All’epoca dello scrittore alvitano (1574) i devoti si portavano a Canneto con frequenza (“spesso”), specialmente in quei cinque giorni dell’indulgenza; in spirito di penitenza e di preghiera (“devotamente”), provenienti dai paesi vicini (“da convicini”).

Le reliquie

Esistevano a Canneto fin dai tempi di d. Federico de Manlion ed erano molte. Le toccanti parole con cui il Prudenzio parla di queste reliquie in dotazione della chiesa di Canneto e del pezzetto del legno della
croce, concludendo la sua breve relazione sulla valle, sono di quelle che lasciano il segno in chi le legge attentamente:

"et vi sono assai sante reliquie, con un pezzetto del legno della santissima Croce, dove il nostro Redentore fu chiovato et morìo per noi".

Questa non è solo l’informazione di un vero storico, ma anche e soprattutto il messaggio di un vero credente.

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