Alvito

Storia Antica
Civitas Sancti Urbani
(Sant’Urbano)

Le prime testimonianze della presenza di un paese, Civitas Sancti Urbani (Sant’Urbano), risalgono al 967.

La fondazione del primo nucleo insediativo di “Alvito”, il cui nome sembra derivare da mons Albetum (monte Albeto), posto alle sue basi, risale all’anno 1096.

Sant’Urbano, si trovava sulla via che dalla Valle di Comino portava agli Abruzzi attraverso Campoli o Pescasseroli. Fu fondato dai monaci cassinesi o più probabilmente dai volturnensi.

Da fonti storiche è certo che la città fu ricostruita dopo il 976, quando l’abate di Montecassino Aligerno incaricò alcuni feudatari della vicina Vicalvi di edificare nei pressi di un’antica città distrutta un nuovo castello e insediarvi entro delle mura un borgo fortificato. Si è ipotizzato perciò che, quando attorno nell’881 fu distrutta San Vincenzo al Volturno, e due anni dopo Montecassino, dai Saraceni, i maomettani giunsero anche in Valle di Comino e saccheggiando, causarono la prima rovina di Sant’Urbano.

Oggi dell’antica città restano poche tracce, nella toponomastica (località Colle della Civita, Colle della Setta), nella viabilità rurale che ancora ricalca l’assetto benedettino, tra Sant’Onofrio e Alvito, e in opere minori come la fontana situata ai piedi dell’antico abitato («le fontanelle») e un piccolo santuario michaelico su una rupe prospiciente la fontana.

Da allora non ci fu più nessun centro urbano di rilievo finché Aligerno non reinsediò Montecassino nella sua sede naturale cassinate, dopo il cosiddetto «esilio di Teano» e concesse i suoi possedimenti in Sant’Urbano ai nobili vicalvensi perché qui ricostruissero una città.

Nelle disposizioni dell’abate di Montecassino, era spiegato chiaramente che il borgo avrebbe dovuto avere una cinta muraria con porte e torri difensive e i coloni che l’avrebbero popolato dovevano disporre di un orto appena fuori le mura, di un’abitazione e di un fondo agricolo nella campagna circostante.

Il nuovo insediamento però non fu definitivo. La città fu presto abbandonata in favore di centri economici più floridi come Santa Maria del Campo o le pendici del Monte di Albeto, la futura Alvito.

Nei secoli successivi lo sviluppo demografico ed economico della zona superiore della città (l’attuale frazione Castello) portò alla nascita di altri centri delle vicinanze, tuttora esistenti. Dal XIII secolo il centro fece parte dei domini dei conti d’Aquino, e dalla fine del Trecento venne posta sotto il governo della famiglia Cantelmo, trasformandosi all’inizio del XV secolo in Contea (inizi XV sec.). A Rostaino Cantelmo si deve, nel 1350 la ricostruzione del castello, distrutto nell’anno precedente dal terremoto dell’Appennino (1349).

Nel corso del Cinquecento, dopo essere passata al condottiero Pietro Navarro, la Contea di Alvito entrò nel dominio della famiglia Folch de Cardona, in particolare di Raimondo, viceré di Napoli, e dei suoi figli Ferrante e Antonio.

Dal 1595 Alvito e buona parte della Valle di Comino diventano feudo della famiglia Gallio, originaria di Cernobbio, che reggerà le sorti del ducato sino alla fine del XVIII secolo.

Nel corso del Seicento, la predetta famiglia, che ebbe come più illustre esponente il cardinale Tolomeo (1527-1607), segretario dello Stato Pontificio, abbellì il paese, ad esempio costruendo il palazzo ducale (Palazzo Gallio) e aprendo, nel 1666, Via Gallia (oggi Corso Gallio), la strada principale, e ne vivacizzano la vita culturale. L’epopea di questa dinastia e la storia del feudo fino ai primordi dell’età barocca si riflesse anche nella letteratura, con la pubblicazione della Descrittione del Ducato di Alvito, opera del 1633 attribuita allo scrittore immaginario Giovanni Paolo Mattia Castrucci, voluta dai Gallio e ristampata con lezioni diverse nel 1686 e nel 1863

Nel 1739 Alvito ottenne dall’imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo VI d’Asburgo, il titolo di città, reiterato con diploma reale di Carlo III di Spagna (1744). In questo periodo, Lorenzo Ganganelli, che nel 1769 sarebbe asceso al soglio pontificio con il nome di Clemente XIV, fu maestro dei novizi presso il convento di San Nicola.

Nel corso del XIX secolo, la cittadina registra la crescita della borghesia e la modificazione del tessuto urbanistico. Da un lato vede la costruzione di edifici signorili sul corso principale (come ad esempio i palazzi Graziani e Sipari eretti, rispettivamente, nel 1841 e nel 1858), dall’altro vi è l’acquisizione dei segni di una vita civile propri dello spirito borghese, con la costruzione di nuove arterie stradali (in particolare il collegamento Alvito-Castello, terminato nel 1914) e l’istituzione di servizi primari (Ospedale, Pretura, Liceo, Scuola d’agricoltura).

Conobbe anche, in particolare dopo l’unificazione nazionale, una crescita economica, prevalentemente incentrata sull’agricoltura, alla quale si unirono, tuttavia, i primi fenomeni di emigrazione.

In particolare, i flussi migratori alla fine del XIX secolo, sia verso l’Europa balcanica, in particolare Turchia e Bulgaria, sia verso le Americhe, con destinazioni principali Brasile e Stati Uniti. Nello stesso periodo, si verificano anche episodi di tratte minorili verso l’Europa continentale, soprattutto in Francia, dove molti bambini alvitani vengono portati a lavorare nelle vetrerie.

Nel 1919, grazie a Vincenzo Mazzenga, vi fu istituita la prima colonia agricola per gli orfani dei contadini periti nella prima guerra mondiale della provincia di Terra di Lavoro, che rimase attiva sino alla metà degli anni Trenta. Durante la seconda guerra mondiale Alvito fu risparmiata dagli attacchi aerei. Tuttavia, presso la località Fontanelle fu giustiziato l’11 maggio 1944 il partigiano abruzzese Giuseppe Testa, decorato della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.