La Magona di Atina: Storia della Ferriera Borbonica e delle Miniere di Ferro
La Magona di Atina, nota localmente come la Ferriera, rappresenta uno dei capitoli più affascinanti dell’archeologia industriale nel Lazio meridionale. La sua storia affonda le radici nella volontà del Regno delle Due Sicilie di sfruttare le risorse naturali del territorio per scopi industriali e militari.
Le origini: Ferdinando II di Borbone e i Monti della Meta
Nel 1855, Ferdinando II di Borbone decise di dare concretezza a un antico progetto settecentesco: lo sfruttamento intensivo delle miniere di ferro dei Monti della Meta. Questi giacimenti non erano una scoperta recente; le vene metallifere dell’area erano state coltivate sin dall’antichità da popolazioni come gli Etruschi, i Samnites e, infine, dai Romani, che ne avevano intuito il valore strategico.
Il precedente di Canneto e i limiti logistici del ‘700
Già dal 1778 era attivo a Canneto uno stabilimento siderurgico. Questo impianto sfruttava la forza motrice del Rivière Melfa per azionare i grandi mantici necessari a insufflare aria nei forni a carbone. Qui veniva estratta la ghisa e il ferro, ma l’impresa ebbe vita breve.
Alla fine del XVIII secolo, lo stabilimento fu dismesso. La causa principale fu l’estrema scomodità del sito montano, servito da vie di comunicazione impervie e del tutto impraticabili durante la stagione invernale. Questi ostacoli logistici rendevano il trasporto dei semilavorati metallici verso la valle eccessivamente costoso e difficoltoso.
Il rilancio dell’industria bellica e la scelta di Rosanisco
Circa cinquant’anni dopo, Ferdinando II tornò a puntare sulla limonite della zona. La spinta decisiva arrivò dalla necessità urgente di reperire ferro e ghisa per l’industria bellica del Regno.
Per evitare gli errori del passato, i Borbone condussero ricerche geologiche approfondite per individuare giacimenti in posizioni più accessibili. Vennero così scoperti nuovi siti di limonite ed ematite a San Donato (Rave Rosse – Monte Calvario), nel territorio di Alvito e Campoli Apennins.
Grazie a queste nuove scoperte, fu possibile pianificare lo spostamento dello stabilimento di Canneto più a valle. La scelta ricadde sulla frazione Rosanisco di Atina, una posizione strategica che garantiva:
- L’accesso costante alla forza motrice del fiume Melfa.
- La vicinanza alla via “Sferracavalli”, un’importante arteria di comunicazione verso Cassino (allora San Germano), agevolando il trasporto dei materiali verso la Campania e Napoli.
L’innovazione tecnologica della Ferriera di Atina
I lavori di costruzione della nuova Magona furono completati nel 1858, in soli tre anni. Il cuore pulsante della fabbrica era un altoforno di nuova concezione, all’epoca all’avanguardia tecnologica. Questo impianto era in grado di produrre una ghisa di alta qualità, che poteva essere successivamente convertita con facilità in ferro e acciaio per le necessità civili e militari dello Stato borbonico.
L’Unità d’Italia e il declino della Magona
Nonostante l’eccellenza tecnica, il destino della Ferriera fu segnato dai grandi mutamenti politici. Nel 1860, le vicende garibaldine nell’Italia meridionale portarono alla caduta dei Borbone e alla proclamazione dell’Unità d’Italia nel 1861.
Alla fine del 1860, la Magona di Atina venne chiusa e abbandonata. Il complesso passò nelle mani del neonato Stato Italiano, transitando dal Ministero della Guerra a quello delle Finanze. Quest’ultimo decise di metterla in vendita, complice l’agguerrita concorrenza delle industrie del Nord Italia. Fu lo stesso processo economico che portò alla crisi di altri settori storici della zona, come le cartiere e i lanifici situati lungo il corso del Liri e nel territorio di Arpino.
L’eredità dei Fratelli Visocchi
Nel 1878, lo stabilimento (che la popolazione locale continua ancora oggi a chiamare “Ferriera”) fu acquistato dai fratelli Visocchi, noti industriali che già possedevano una cartiera ad Atina Inferiore.
Con questo passaggio di proprietà, l’edificio fu riconvertito ad altre destinazioni d’uso. Questo segnò la fine definitiva dell’attività estrattiva nella Valle di Comino: i giacimenti ferrosi della Meta, di San Donato, Alvito e Campoli vennero definitivamente abbandonati, lasciando ai posteri i resti di quello che fu un ambizioso polo siderurgico nel cuore dell’Appennino.