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Storia

La carestia a Settefrati nel 1763-1764

La Grande Carestia del 1763-64 a Settefrati: La Memoria dell’Abate Michelangelo Carelli

Negli archivi della parrocchia di S. Maria della Tribuna a Settefrati, gli ultimi due fogli del Liber matrimoniorum custodiscono una testimonianza storica di eccezionale valore: il racconto della terribile carestia che colpì il centro Italia tra il 1763 e il 1764.

L’autore è l’Abate Michelangelo Carelli, parroco della chiesa dal 1762 al 1783. Il suo scritto rappresenta l’unica apertura cronachistica in secoli di registrazioni anagrafiche, distinguendosi per una robustezza narrativa e una forza descrittiva che trascendono la semplice cronaca locale.

Un documento di rilevanza nazionale

Sebbene scritto nel cuore della Valle di Comino, il documento dell’Abate Carelli non ha un interesse esclusivamente locale. Esso si inserisce nel quadro di un fenomeno catastrofico che investì l’intero Regno di Napoli e lo Stato Pontificio, documentato anche da celebri viaggiatori dell’epoca come Grosley e Symonds.

A differenza di molte ricostruzioni retoriche del Settecento, Carelli adotta un approccio quasi “scientifico” e sociologico:

  • Analisi Economica: Osserva l’impennata dei prezzi e l’accaparramento dei beni da parte dei ceti abbienti.
  • Analisi Sociale: Descrive la vanificazione dei legami familiari e l’abbandono della pietas religiosa di fronte alla fame estrema.
  • Visione Cristiana della Storia: Per l’Abate, l’uomo è unione di corpo e anima; la sofferenza materiale non può essere separata dal turbamento spirituale.

AD FUTURAM REI MEMORIAM: Il racconto dell’Abate

Trascrizione integrale della memoria storica di Michelangelo Carelli.

L’inizio del flagello: Piogge e siccità

Grande fu il castigo mandato da Dio sulle città infami, distruggendole col fuoco, e ancora più grande fu il diluvio universale. Ma a chi osserva con occhio saggio, il flagello degli ultimi mesi del 1763 e dei primi sei del 1764 appare come il più terribile di tutti.

Tutto ebbe inizio nel maggio 1763: piogge incessanti flagellarono la terra fino al 20 giugno. L’erba crebbe così tanto da soffocare il grano, che marcì o restò sterile. Poi, d’improvviso, le “cataratte del cielo” si chiusero. Seguì una siccità spaventosa: da giugno a settembre non cadde né pioggia né rugiada. Nonostante processioni, penitenze e missioni, il cielo restava coperto di nuvole cariche d’acqua che non si decidevano a bagnare la terra.

Il collasso della natura e dell’agricoltura

Le biade, il granturco e persino l’erba si seccarono. Le bestie non avevano di che nutrirsi; molti alberi morirono. Le fonti storiche persero il loro corso e i fiumi si ridussero a rigagnoli. Non si trovarono noci, ghiande, né olive. Persino i rovi non portarono frutti. L’uva fu così scarsa che bastò appena per il consumo fresco, e il vino divenne rarissimo e costosissimo.

La fame estrema e la tragedia umana

I pastori, non trovando pascoli, arrivarono a mangiare terra e foglie secche. Gli uomini e le donne, a schiere, uscivano per le campagne cercando di nutrirsi di erbe crude di ogni tipo. Molte di queste erano velenose: i volti delle persone diventavano verdi come l’erba, i piedi si gonfiavano fino alle ginocchia e la morte arrivava rapida dopo atroci dissenterie.

Alcuni venivano trovati morti nei campi con la bocca ancora piena di erba cruda. Nella parrocchia di S. Maria della Tribuna si contarono trenta morti, ma nelle altre parrocchie di Settefrati le vittime furono oltre trecento. Interi paesi vicini restarono spopolati.

L’inflazione e il cinismo dei ricchi

Il prezzo dei viveri raggiunse livelli folli:

  • Grano: arrivò a 7 ducati il tomolo (10 ducati a Foggia).
  • Mistura: oltre 6 ducati il tomolo.
  • Pane di orzo e spelta: pagato un grano l’oncia.

La disperazione annullò ogni sentimento umano. Le madri e i padri abbandonarono i figli; i parenti si ignoravano; gli amici si evitavano. Chi possedeva un pezzo di pane lo divorava di nascosto. Le strade e le chiese erano piene di cadaveri che nessuno voleva più trasportare, se non dietro pagamento in pane (il denaro non aveva più valore poiché non c’era nulla da comprare). I morti venivano infine gettati nei sepolcri senza funerali, senza preci e senza il suono delle campane.

A fronte di tale orrore, i “ricconi”, avidi di denaro, nascondevano il grano nelle botti e muravano le stanze per attendere che il prezzo salisse ancora, privi di ogni compassione per il popolo morente.

La fine della carestia (Giugno 1764)

Finalmente, nel giugno del 1764, quando i ricchi speravano di arricchirsi ulteriormente, apparve il grano nuovo nelle zone di San Germano (l’odierna Cassino). Il prezzo scese rapidamente da 12 a 8 carlini il tomolo. Seguì un’abbondanza tale di mistura e ghiande che i prodotti vennero quasi disprezzati per la loro quantità.

Conclusione e monito ai posteri

O posteri ben fortunati, che in quel tempo non eravate al mondo! Durante quella carestia, gli uomini non solo abbandonarono i propri cari, ma lasciarono incolti i propri averi, rinunciando a seminare e potare per la troppa debolezza e disperazione. Vi scongiuro: pregate sempre Dio affinché vi liberi da un simile flagello.

D. Michel’Angelo Abbate Carelli, osservatore di tale spettacolo.