L’Acquedotto di Canneto e il Fontanone di Settefrati: Una Storia di Lotte e Progresso
Il “Fontanone” di Settefrati, simbolo della comunità del paese, ha ormai superato il secolo di vita. Fu inaugurato ufficialmente nell’estate del 1900, celebrata dai discorsi dell’allora sindaco, il giudice Pasquale Venturini (1873-1918), e del suo vice Ferdinando Gramegna (1863-1942). Fu una giornata di festa immensa, il coronamento di otto anni di faticose lotte burocratiche e sofferenze.
La nascita del consorzio tra San Donato, Settefrati e Alvito
Tutto ebbe inizio quando il sindaco di San Donato Val di Comino, il cav. Carlo Coletti, propose di costituire un consorzio con i comuni di Alvito e Settefrati. L’obiettivo era ambizioso: realizzare un acquedotto che distribuisse l’acqua della pregiata sorgente di Canneto ai tre comuni, oltre che alla frazione di Gallinaro (all’epoca parte di San Donato).
Mentre Settefrati aderì prontamente all’iniziativa, Alvito scelse inizialmente di non partecipare, preferendo l’idea di un acquedotto autonomo. Nonostante questa defezione, il cav. Coletti e il giudice Venturini procedettero con determinazione. Affidarono l’incarico all’ingegner Pedone e il 30 giugno 1892 stipularono il contratto davanti al notaio Bernardino Massa.
Il progetto tecnico e la ripartizione delle acque
Dopo tre mesi, la giunta provinciale di Caserta approvò il contratto (all’epoca, e fino al 1927, il nostro territorio ricadeva sotto la giurisdizione casertana, prima della creazione della provincia di Frosinone).
Il progetto prevedeva il prelievo dalla fonte di Capodacqua di nove litri al minuto secondo, così ripartiti:
- 5 litri al comune di San Donato;
- 3 litri al comune di Settefrati;
- 1 litro alla frazione di Gallinaro.
Come compensazione per il passaggio e la gestione, il comune di San Donato si impegnò a realizzare a Settefrati due opere pubbliche fondamentali:
- Una pubblica fontana con abbeveratoio;
- Un lavatoio pubblico.
Il costo complessivo dell’opera fu stimato in 200.000 lire, di cui 46.000 a carico di Settefrati.
Le opposizioni: la “guerra dell’acqua” con Atina e Casalvieri
Nonostante i preparativi frenetici, nel marzo 1893 emersero duri ostacoli amministrativi. L’amministrazione di Casalvieri, guidata dal sindaco Fanelli, e alcuni influenti cittadini di Atina, tra cui i Visocchi, i Tutinelli, i Mancini e i Palumbo, grandi proprietari di terreni irrigui, presentarono ricorso alla Prefettura di Caserta.
La loro tesi era che la captazione di nove litri al secondo fosse eccessiva e avrebbe danneggiato i mulini e gli opifici situati lungo il corso del fiume Melfa. In realtà, come sottolineato dagli storici locali, Atina e Casalvieri cercavano di rivendicare un diritto di possesso quasi esclusivo sulle acque del fiume.
La risposta di San Donato e Settefrati non si fece attendere: si dimostrò che, con una portata del Melfa superiore ai mille litri al secondo, il prelievo di soli nove litri era del tutto irrilevante per la forza motrice degli stabilimenti a valle. Nel maggio dello stesso anno, la Prefettura rigettò i ricorsi, dichiarando l’opera di pubblica utilità.
Gli ultimi ostacoli e l’inaugurazione del 1900
La strada sembrava spianata, ma il destino (e i ricorsi legali) si accanì ancora. I Visocchi contestarono la natura della sorgente, definendola demaniale e richiedendo una concessione governativa anziché provinciale. Questa arrivò solo il 17 agosto 1895.
Successivamente, un ulteriore colpo di scena: il comune di Alvito chiese di rientrare nel consorzio. Nonostante l’iniziale rifiuto di San Donato, la Prefettura ne impose l’integrazione nel Natale del 1897. Solo nel gennaio 1898 i lavori furono finalmente consegnati all’impresa di condutture di Terni.
L’acqua arrivò finalmente a Settefrati nell’estate del 1900. Erano passati otto anni di sacrifici e battaglie legali. Questa vicenda rimane un esempio splendido di come l’autorità politica possa e debba agire per il bene comune. Non a caso, alla morte del sindaco Pasquale Venturini, i concittadini residenti a Stamford (USA) vollero onorarne la memoria chiedendo che la piazza dell’acropoli fosse intitolata a suo nome.
Ancora oggi, il suono del Fontanone ci ricorda quella vittoria della tenacia e della lungimiranza.