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Storia

Maggio 1944, Gallinaro: la storia e il martirio di Cleto e Gerardo

Maggio 1944: l’ombra della ritirata sulla Valle di Comino

Nel maggio del 1944, la Valle di Comino si trovava sospesa tra la speranza e il terrore. Mentre le truppe neozelandesi stavano entrando vittoriose nel territorio di Atina, portando con sé il profumo della libertà, l’esercito nazista in ritirata si lasciava alle spalle una scia di sangue, violenza e atrocità contro i civili.

A Gallinaro, quel passaggio di consegne della storia si pagò con la vita di due ragazzi di appena vent’anni, colpevoli solo di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento più buio.

Cleto Caira: il soffio del vento tra le spighe

La prima storia si consuma il 28 maggio 1944 sulla collina di Rio Molle, proprio qui sopra, alle spalle del monumento.

Cleto Caira ha solo 23 anni. È un sarto di Atina, ha una moglie e un bimbo piccolo di appena due anni ad aspettarlo a casa. Insieme ad alcuni amici decide di nascondersi tra i campi di grano della collina. Non vogliono fare la guerra, vogliono solo guardare. Vogliono vedere con i propri occhi la fine di un incubo: i tedeschi che se ne vanno.

Ma il destino ha la forma di un imprevisto della natura. Una folata di vento improvvisa stringe il cerchio su di loro. Il grano si muove, le spighe oscillano e rivelano la loro presenza ai soldati tedeschi. Senza un attimo di esitazione, con una ferocia vile, i soldati aprono il fuoco con la mitraglia.

Gli amici di Cleto restano feriti, ma per lui non c’è scampo: viene colpito a morte. A rendere tutto ancora più straziante è la fretta della sepoltura che seguì a quei fatti concitati: una ricostruzione successiva racconterà che Cleto fu sotterrato quando, forse, il suo giovane cuore non aveva ancora smesso del tutto di battere.

Gerardo Arpino: il calvario della cantina e il coraggio di un bambino

Se la collina di Rio Molle custodisce il sacrificio di Cleto, il centro del paese è stato invece il teatro del martirio di Gerardo Arpino, anche lui di soli 23 anni. La cantina che vedete oggi, dove è apposta la lapide, è stato il luogo del suo calvario.

Gerardo è un ragazzo che porta già addosso i segni della guerra: zoppica vistosamente per via di alcune pallottole rimaste conficcate nelle sue gambe. Quando due soldati tedeschi lo catturano, lo trascinano verso la cantina con una violenza inaudita, costringendolo a tenere il loro stesso passo rapido, incuranti della sua menomazione.

Tutto questo avviene davanti agli occhi di suo nipote, Cesidio, un bambino di appena 7 anni. In quel momento accade qualcosa di incredibile: con il coraggio disperato che solo l’amore e l’innocenza possono dare, il piccolo Cesidio inizia a prendere a calci i due aguzzini tedeschi, a piedi nudi, nel tentativo impossibile di difendere lo zio.

I soldati lo spintonano via, aprono la porta e scaraventano Gerardo dentro. Ma Cesidio non si arrende. Si arrampica fino a quella finestrella e da lì è costretto a vedere l’orrore: suo zio viene spogliato, frustato e torturato in modi indicibili. Lo fanno rivestire solo quando gli è rimasto un filo di respiro.

Il martirio di Gerardo si sposta poi sui monti di Alvito. Con lui c’è il cognato, Giuseppe Marcantuoni, che nella notte riesce a trovare uno spiraglio e a fuggire. Gerardo no. Gerardo non ci prova nemmeno: è troppo stremato dalle torture, non ha più le forze fisiche per scappare, forse non ha più nemmeno la forza di sfuggire alla morte.

Viene ucciso lassù. I nazisti gli negheranno persino l’onore di una sepoltura, e il suo corpo non verrà mai restituito ai suoi cari.

Per non dimenticare

Cleto Caira e Gerardo Arpino avevano la stessa età, 23 anni, e lo stesso diritto di vedere il futuro che stava arrivando a pochi chilometri da loro.

Oggi, ricordare i loro nomi davanti ai loro monumenti non è solo un atto di rispetto per il loro sacrificio, ma il dovere di custodire una memoria che il vento di Rio Molle e il silenzio di quella cantina non sono mai riusciti a cancellare.

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